Hanno vinto un concorso pubblico ma continuano a restare fuori dalle procedure di stabilizzazione, sebbene siano indispensabili per garantire il corretto funzionamento di uno dei settori più importanti della nostra nazione, quello legato ai luoghi della cultura. Sono 321 i lavoratori, tra funzionari e assistenti, che resterebbero fuori dalla stabilizzazione dopo che – denunciano i sindacati Cisl Fp, Flp e Confsal-Unsa – tra gli emendamenti al “Decreto PA” in corso di conversione in legge, è stato accantonato quello relativo alla stabilizzazione del personale a tempo determinato del Ministero della Cultura“.
Il corto circuito
È il paradosso che coinvolge 321 funzionari e assistenti del Ministero della Cultura, assunti con il concorso per 1.956 unità a tempo determinato e part-time. Per loro il contratto, rinnovato fino a 36 mesi complessivi, terminerà a novembre 2026. Una situazione che, denunciano i lavoratori del “Comitato MiC – Concorso 1956”, rischia di penalizzare musei, parchi archeologici e soprintendenze di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia.
Investimenti e disparità
Secondo il Comitato, mandare a casa questi professionisti significherebbe disperdere le risorse pubbliche investite in selezione, formazione e rinnovi contrattuali. I lavoratori denunciano inoltre una disparità rispetto ai colleghi del Ministero della Giustizia, assunti attraverso una procedura analoga e stabilizzati a tempo indeterminato anche prima di aver raggiunto i 36 mesi di servizio.
Il nodo della stabilizzazione
Nonostante un contratto di 18 ore settimanali, molti avrebbero sostenuto carichi di lavoro da tempo pieno, contribuendo a garantire aperture e attività degli istituti culturali, spesso già alle prese con carenze di organico. L’emendamento per la loro stabilizzazione è stato però respinto in Commissione. «Non siamo precari in cerca di una sanatoria, abbiamo vinto un concorso pubblico», affermano. E chiedono al Governo di inserire la stabilizzazione nel primo provvedimento utile, annunciando lo stato di agitazione permanente.

