La vera sorpresa della nuova legge elettorale potrebbe arrivare dalla Calabria. E non riguardare soltanto chi conquisterà un seggio alla Camera o al Senato, ma anche chi siederà, nei prossimi anni, tra i banchi del Consiglio regionale.
Sembra un paradosso, ma non lo è. Una legge pensata per eleggere il Parlamento potrebbe finire per cambiare anche la composizione dell’assemblea regionale, senza bisogno di tornare alle urne.
Il motivo è semplice, con il ritorno delle preferenze, sia pure accompagnato dal meccanismo dei capilista bloccati, cambia profondamente il modo di costruire le candidature. E soprattutto cambia il peso politico di chi è capace di raccogliere voti sul territorio.
Finora, per molti parlamentari, la partita si giocava soprattutto a Roma. Una buona posizione in lista, il rapporto con i vertici nazionali, la fiducia del proprio leader. Elementi spesso decisivi per conquistare o conservare un seggio.Adesso non sarà più così per tutti.
Il capolista continuerà a godere di una posizione privilegiata, ma gli altri candidati dovranno misurarsi con le preferenze. E quando un partito conquisterà ulteriori seggi, saranno proprio i voti personali, secondo le regole di attribuzione previste dalla legge, a determinare chi potrà entrare in Parlamento.
Una differenza enorme, soprattutto in una regione come la Calabria, dove il consenso personale, le relazioni costruite negli anni e la capacità di mantenere un rapporto diretto con gli elettori hanno sempre avuto un peso determinante.
E qui cominciano i problemi per una parte dei parlamentari uscenti.
Molti deputati e senatori calabresi, negli ultimi anni, hanno vissuto la propria esperienza politica prevalentemente nella dimensione romana. Palazzo Montecitorio, Palazzo Madama, commissioni parlamentari, incarichi di partito, rapporti con i ministeri. Un’attività istituzionale che non sempre si è accompagnata a una presenza costante nei comuni e nelle province di provenienza. C’è chi, dopo l’elezione, ha progressivamente allentato il rapporto con il proprio collegio, chi non ha mai dovuto affrontare una vera competizione sulle preferenze e chi, semplicemente, non conosce quale sia oggi la propria forza elettorale.
Con le nuove regole, per molti di loro potrebbe arrivare il momento della verità.
Perché un conto è essere eletti grazie a una collocazione favorevole in una lista bloccata. Un altro è chiedere ai cittadini di scrivere il proprio nome sulla scheda.
I consiglieri regionali, invece, partono da una condizione completamente diversa.
Sono reduci dalle elezioni dell’ottobre 2025. Hanno affrontato una campagna elettorale vera, spesso combattuta voto su voto, comune per comune. Conoscono i propri sostenitori, hanno una rete di amministratori, amici, militanti e riferimenti territoriali. Soprattutto, conoscono esattamente quanti voti sono riusciti a raccogliere.
Per i partiti questo patrimonio potrebbe diventare preziosissimo.
Un consigliere regionale capace di ottenere migliaia di preferenze rappresenta una garanzia di mobilitazione elettorale. Può contribuire a rafforzare la lista, trascinare il consenso del proprio partito e, naturalmente, coltivare l’ambizione di conquistare un seggio parlamentare.
Non sarebbe sorprendente, quindi, se le segreterie nazionali cominciassero a guardare con crescente interesse proprio agli eletti nei Consigli regionali.
D’altra parte, una legge che reintroduce le preferenze impone ai partiti una scelta: puntare soltanto sulla fedeltà politica oppure cercare candidati capaci di portare voti veri?
E in Calabria, da questo punto di vista, i consiglieri regionali potrebbero avere un vantaggio competitivo rispetto a diversi parlamentari uscenti.
C’è poi un altro aspetto destinato a incidere sulla campagna elettorale: la possibilità di esprimere fino a tre preferenze, rispettando le regole sull’alternanza di genere.
Questo meccanismo potrebbe favorire accordi e alleanze tra candidati della stessa lista, anche appartenenti a territori diversi. Non semplici accordi tra correnti, ma vere strategie di raccolta del consenso, con reti territoriali che potrebbero sostenersi reciprocamente.
Ma la conseguenza politicamente più interessante potrebbe manifestarsi alla Regione.
Immaginiamo che alcuni consiglieri regionali, forti del consenso raccolto appena un anno fa, decidano di candidarsi alle prossime elezioni politiche. Se riuscissero a conquistare un seggio parlamentare e scegliessero di lasciare quello regionale, si aprirebbe la strada ai primi dei non eletti delle rispettive liste, secondo le regole di surroga.
In sostanza, potrebbero entrare in Consiglio regionale persone che alle ultime elezioni erano rimaste fuori per poche centinaia, o magari poche decine, di voti.
Ecco perché la nuova legge elettorale potrebbe produrre un effetto domino.
Un consigliere regionale va a Roma, un primo dei non eletti entra alla Cittadella, cambiano i rapporti interni ai gruppi, si modificano gli equilibri territoriali e potrebbero nascere nuove aspirazioni anche all’interno della maggioranza e dell’opposizione.
Un movimento che, se dovesse coinvolgere più consiglieri, potrebbe ridisegnare una parte significativa della geografia politica regionale.
La questione, a questo punto, riguarda anche i vertici nazionali delle forze politiche.
Giorgia Meloni, così come gli altri leader, dovrà fare i conti con una realtà nuova: per rafforzare le liste non basterà individuare personalità politicamente affidabili. Serviranno anche candidati capaci di conquistare preferenze.
E i consiglieri regionali, soprattutto quelli che hanno ottenuto risultati elettorali importanti, potrebbero diventare protagonisti di questa strategia.
Il ritorno delle preferenze, pur con tutti i limiti di una legge che conserva posizioni bloccate, potrebbe costringere una parte della classe politica a recuperare un rapporto con i cittadini che negli anni si è progressivamente indebolito, e i cittadini potrebbero finalmente porre una domanda molto semplice a chi chiede di essere rieletto: dove sei stato in questi anni?
E non tutti, probabilmente, avranno una risposta convincente.
La partita delle prossime elezioni politiche, dunque, potrebbe cominciare molto prima della presentazione delle liste. E in Calabria potrebbe avere un secondo campo di gioco, forse ancora più sorprendente: il Consiglio regionale.

